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Pensieri a voce alta

Scusami se sono nato

“Successe quando avevo tre o quattro anni… Me lo ricordo ancora. Mi svegliai e mi accorsi che il cuore di mia madre – ero appoggiato sul suo petto – emetteva un suono simile a quello di un orologio. Le chiesi come mai. Mi disse che dopo avermi partorito aveva subito un intervento chirurgico al cuore. Stette molto male in seguito alla mia nascita. Mi sentii in colpa, e fin da piccolo mi chiesi: “È giusto che io sia nato?”. Volevo fare per mia madre tutto quello che potevo, qualunque cosa fosse. Forse è il motivo per cui ero affamato di successo.”

È così che nasce la “missione della vita”, la partita del cuore che molti di noi giocano. 
Anche se è un gioco serio, in cui non ci si diverte. 

Questo è un ottimo esempio di come un evento della propria vita influenzerà tutto ciò che succederà in futuro. 
E a volte basta solo una frase, una nuova consapevolezza del proprio passato e della propria storia personale. 

Ma facciamo un passo indietro. 


Come può una persona portare un peso del genere?

Vengo messo al mondo, certo senza il mio volere, ma questo ha delle conseguenze disastrose per una delle persone che amo di più, mia madre. 
La mia nascita condizionerà tutta la sua vita e lei porterà con sé quella cicatrice, sia fisica che emotiva, per sempre.

Ha rischiato di morire per colpa mia, perché io fossi qui ora. 

E allora nella mia mente inizio a chiedermi “È giusto? È giusto aver barattato la sua felicità e la sua salute per la mia nascita? Perché io fossi qui?” 
Perché anche se ora è felice – e non è detto che lo sia – quel dolore sarà sempre in lei. 
Fa parte della sua storia personale ed è indelebile. 

Così io, figlio la cui nascita ha portato a una disgrazia, sentirò di dover dimostrare che la risposta è “Sì”. 
Che non sono nato invano, che ci sarà un riscatto, che la mia vita porterà così tanta gioia e felicità da non solo giustificare, ma anche sanare quel dolore materno. 

E dovrà succedere nonostante il mio dubbio ancestrale: “È giusto che io sia nato?”.
Questo comporterà il fatto che, appena sentirò l’ombra del “no” per qualche mio errore o delusione causata ai miei genitori, mi sacrificherò per far vincere il “sì”. 

È impensabile di poter sostenere il peso del “no”, del “non avrei dovuto nascere”. 
Perché il contrario della vita è la morte.
Quindi penserei di dover morire – in quel caso la cosa giusta sarebbe la mia morte dato che la mia vita è un errore. 
Per questo, sentirò sempre il peso di dover dimostrare che, nonostante il dolore provocato dalla mia nascita, “ne è valsa la pena”. 

Ora. 
Quanto può condizionare un vincolo emotivo del genere?
Come condurrò la mia vita se queste sono le sue basi?
Che scelte farò e cosa le guiderà? 

Il prezzo da pagare è la mia schiavitù. 
Schiavo delle aspettative dei miei. 
Schiavo dell’avere sulle spalle la loro meritata felicità. 

E sacrificherò la mia felicità per questo. 
La mia libertà per questo. 
Perché sono nato per questo. 


Ecco cosa affronta chi sente di non meritare la propria vita. 
Chi se la deve guadagnare perché ha causato ferite inguaribili o perché non si è sentito accolto, amato, visto. 

Questo è il prezzo che si paga.
E per giustificare la propria vita, si sacrifica la vita stessa. 

Come ci si può salvare da questa partita del cuore?
L’unico modo è tornare al principio e ridistribuire le colpe. 
O addirittura rimuoverle. 

Se la tua vita ha portato a eventi più grandi dell’umano, come una malattia, la colpa non è di nessuno. 
Perché nessuno ha voluto che accadesse. Quindi non possiamo assumerci la responsabilità di quello che è successo.
Non è un nostro errore e non è neanche dei nostri genitori. 
È andata così e basta, ed era fuori dal nostro controllo.

Come quando ci aspettiamo un giorno meraviglioso, ma inizia a diluviare.
Come quando inciampiamo e cadiamo, e nel farlo rovesciamo quello che teniamo in mano. È colpa nostra? Della pietra che ci ha fatto cadere? Della forza di gravità?
Sono tutti ragionamenti senza senso. È andata così e basta.

Se invece sono stati i nostri genitori a non farci sentire amati, l’elaborazione emotiva è complessa. 
Dopo aver ridistribuito le giuste responsabilità e aver difeso il bambino che siamo stati – perché almeno un adulto se ne deve prendere cura – dobbiamo riconoscere che la nostra vita è preziosa. 

Che vale la pena viverla. 
Che possiamo farci qualcosa di meraviglioso. 
O anche no, basta che sia una nostra decisione, libera dai vincoli genitoriali. 


C’è chi trova la serenità attraversando questi processi, e versando lacrime e sangue. 
E c’è chi la trova attraverso il sacrificio quotidiano, continuando a dimostrare di valere qualcosa. 
Di essere al mondo per una ragione e che non è stato un dolore vano. 

Ognuno attraversa la vita come può, con quello che ha e per come riesce. 

Mi auguro solo che sia il più felice possibile e che, alla fine quella partita del cuore la vinca, imparando ad amarsi davvero.

About Author

Sono dottoressa in Psicologia clinica specializzata in gestione emotiva e dialogo con l'inconscio. Svolgo sedute private e corsi di formazione online.