Arriva il momento in cui un’azione della persona con cui stiamo ci mette in guardia.
Iniziamo a notare dei comportamenti o delle espressioni che sono dei veri e propri campanelli d’allarme, e cominciamo a vederci chiaro.
Sono dei segnali che non coincidono con l’idea generale che abbiamo dell’altro e del rapporto.
Certo, la nostra opinione è condizionata da aspettative e visioni distorte, ci abbiamo messo del nostro, ma capita che qualcosa inizi a stonare.
Qual è la prima reazione? L’incredulità.
Questa fase è la più difficile da maneggiare perché prevede un riassestamento di idee e opinioni proprie.
Di solito, è anche l’inizio della fine perché la persona comincia a spogliarsi della nostra idealizzazione e a rivelarsi per quello che è.
Da questo punto in poi, può rivelarsi insensibile, crudele, cieca, superficiale o qualsiasi altra cosa.
Possiamo aspettarci di tutto e quello che di solito fa più male è proprio l’inaspettato.
Ma quando l’incredulità passa, il quadro è chiaro e riusciamo a capire le dinamiche della relazione, cosa fare?
A questo punto la maggior parte delle persone sbaglia approccio: inizia a chiedere.
Chiede, supplicando o urlando, amore, affetto, cambiamento, riconoscimento, spiegazioni, prese di posizione, azioni concrete, emozioni.
Volendo essere schietti, la verità è che l’altra persona non ci darà nulla di ciò che chiediamo.
Se continuiamo a rimanere lì e a farci torturare, non rispettando noi stessi, perché dovrebbe farlo un altro al posto nostro?
Perché mettere tutto nelle sue mani, il dolore che ci provoca e la salvezza da esso?
Resistere all’infinito e continuare a nutrirsi di aspettative, chiedendo e pregando l’altra persona, non porta a nulla.
Quindi, nel momento in cui l’incredulità passa e la nostra analisi è completa, impariamo a chiederci:
Voglio una relazione così?
Ha senso per me rimanere e investire in questo rapporto?
Non pensiamo a come possiamo cambiare l’altra persona (perché spoiler: non cambierà), ma concentriamoci invece su come agire in base a quello che abbiamo capito.
Fare un’operazione del genere richiede di avere amor proprio e di capire che bisogna tutelarsi quando si prova del dolore.
Qui c’è una cosa banale da scrivere ma che si tende a dimenticare: la nostra priorità siamo noi stessi.
Questo deve essere chiaro e cristallino sopra ogni cosa.
Gli altri, le relazioni, il lavoro, i colleghi, i parenti… tutto il resto viene dopo.
Se noi in primis non ci facciamo carico del nostro dolore, non lo farà nessuno.
Non diamo agli altri la responsabilità di farci stare bene a tutti i costi.
Quando ci feriscono dobbiamo essere noi a stabilire il limite di sopportazione.
Persone che, volontariamente o involontariamente, ci faranno del male ne troveremo sempre, ma dobbiamo imparare a capire quando mollare e quando invece vale la pena restare.
Questa è una nostra scelta.
A un certo punto dobbiamo smettere di concentrarci sull’altro e stabilire cosa siamo disposti ad accettare.
Ed è difficile fissare un limite che non preveda l’autodistruzione se non ci si ama e non si ha rispetto e clemenza nei confronti di sé stessi.
Se sei in questa situazione, scrivimi qui e raccontami cosa succede.
Si può cambiare, basta capire quale leva emotiva ci tiene in scacco.
