Nell’ultimo articolo che ho pubblicato, ho spiegato quali sono i ragionamenti da fare per eliminare il senso di colpa.
Questa volta, invece, accendo i riflettori sugli aspetti emotivi, cioè quelli più rognosi da maneggiare.
Perché ci sentiamo in colpa?
Immagina questa scena: lei si innamora di un ragazzo che non piace ai suoi genitori.
Mamma e papà sono contrari a questa relazione e lei risponde alla loro disapprovazione con “ma io lo amo!”.
Qui ti trovi a un bivio.
La storia può continuare in due modi.
Primo caso: lei, dopo le incessanti pressioni dei genitori, lo lascia.
Soffre molto, ma il codice etico genitoriale – quindi regole, credenze ed educazione ricevute dai suoi – prevale e la relazione finisce.
Secondo caso: lei diventa la classica figlia ribelle, da manuale, che fa soffrire i genitori ma tiene vivo l’amore con il fidanzato.
I genitori si disperano, ma lei è testarda e non cede di un passo.
L’amore è più importante, lui è l’uomo della sua vita e mamma e papà se ne faranno una ragione.
Fin qui tutto chiaro.
Ora focalizzati sul secondo caso.
L’amore che lega i due diventa la motivazione sostenibile che lei utilizza per trasgredire al codice etico genitoriale.
Quindi, se fa del male ai genitori, è per una giusta causa.
Con “motivazione sostenibile” intendo la ragione che lei si dà per giustificare il dolore che provoca agli altri.
Tutti noi la utilizziamo quando facciamo delle scelte o ci scagioniamo da un’accusa, e lo facciamo in qualsiasi ambito, non solo in amore.
É un meccanismo funzionale perché ci permette di andare avanti con la nostra vita avendo una motivazione forte e di non lasciarci influenzare troppo dalle persone e dai loro sentimenti.
Ma procediamo con la nostra storia.
Questo meccanismo salvifico regge finchè regge la motivazione sostenibile.
Se viene a mancare l’amore, lui la tradisce o la relazione finisce per altre ragioni, cosa succede?
La motivazione decade e lei ha il doppio delle responsabilità.
Non solo ha coltivato una relazione che si è dimostrata fallimentare, ma l’ha fatto ferendo delle persone che davvero ci tengono a lei, cioè i suoi genitori.
L’avevano avvisata, ma lei se ne è fregata e ha continuato a giustificare l’inferno che stava facendo provare a loro.
Loro che invece l’avevano messa in guardia, avendo pure ragione.
Avrebbe dovuto ascoltarli, non punirli.
Non farli soffrire.
Questo è un comune meccanismo con cui si forma il senso di colpa e si inizia a dubitare delle proprie capacità decisionali.
Perché, alla fine di tutto, chi si era sbagliato in partenza? Chi ha creduto tantissimo in un errore, sacrificando il resto? Lei.
Così nasce l’idea che ora si deve far perdonare, non si può fidare di se stessa, ha delle colpe da espiare nei confronti dei genitori e così via.
Pensate a quanto potenziale hanno mamma e papà su di lei ora.
Per un errore di valutazione, che ha fatto soffrire anche lei, ora deve pagare il doppio.
E più loro la faranno sentire in colpa, più lei sarà soggiogata da questo meccanismo.
Fai attenzione perché io ho scelto questo esempio, ma consigli non ascoltati – spesso neanche richiesti – e motivazioni sostenibili fanno parte della nostra vita in continuazione.
Nelle relazioni, nelle scelte lavorative, nei trasferimenti,… è un meccanismo che troviamo spesso.
Hai presente il famoso “te l’avevo detto”? Ecco, mi riferisco proprio a questo.
Ora che il danno è fatto e il senso di colpa si è infilato nella tua testa, cosa puoi fare?
Bisogna procedere a ritroso: qual era la tua motivazione sostenibile?
E adesso, è giusto che paghi il doppio per ciò che è successo?
Non hai già sofferto abbastanza per il tuo sogno che è andato in frantumi?
A questo punto, puoi riprendere le domande del mio articolo precedente.
Aiuteranno a creare una visione alternativa a quella distruttiva che hai ora.
Se non riesci ad uscire da questa dinamica, scrivimi qui. Ci lavoreremo insieme chiedendo aiuto al tuo inconscio.
P.S.: non permettere a nessuno di servirsi dei tuoi sensi di colpa.
Chi ti vuole bene davvero non pone queste condizioni per mostrarti affetto.
